Duomo di Fidenza: di santi, teste, celti e guadi

"Senza una ragione particolare, rammentò la leggenda di un cavaliere che era stato decapitato ma non era morto, e immaginò involontariamente il cavaliere senza testa che usciva dal fiume e saliva verso di lui. Girò sui tacchi e tornò correndo al chiostro". 
(Ken Follett "I pilastri della terra") 

La storia di san Donnino 

Poco rimane della Fidenza medievale: le distruzioni operate dal tempo, dall'incuria e dalla follia bellica degli uomini (la cittadina fu rasa al suolo dai Parmigiani per due volte, nel XII e XIII secolo, fu distrutta da un forte terremoto nel 1117 e ha subito pesanti bombardamenti durante l'ultima guerra) hanno lasciato ben poco dell'antico tessuto urbano, che a fatica qua e là s'indovina. Anche il nome del luogo non è più quello d'allora, perché l'ideologia nazionalista, nostalgica dei fasti imperiali romani, ha imposto il ritorno all'antico nome latino (Fidentia Julia) e l'abbandono del toponimo, Borgo San Donnino, con il quale la cittadina è stata chiamata per più di mille anni. 

In effetti, dopo gli sconvolgimenti che avevano funestato la tarda antichità, il borgo era rinato intorno al luogo di culto del santo, poco lontano dalle rive dello Stirone, divenendo, già in epoca longobarda e per tutto il Medioevo, un'importante stazione di sosta e di transito lungo la Via Francigena, che portava a Roma i pellegrini di Francia e d'Oltremanica attraverso la strada del Monte Bardone, l'attuale valico appenninico della Cisa, che proprio a Fidenza si staccava dalla Via Emilia. 


Più volte riedificata sopra la primitiva cappella, la chiesa di San Donnine è uno dei pochi edifici medievali sopravvissuti e conserva tuttora le eleganti linee romanico-padane che i costruttori, tra i quali alcuni hanno indicato l'Antelami, le diedero agli inizi del XIII secolo. Incorniciata da due alti campanili (uno dei quali porta il nome affascinante di Torre del Folletto), la facciata, purtroppo incompiuta, è decorata da un ricco programma di sculture e rilievi. Proprio in corrispondenza del protiro centrale, sorretto da due possenti leoni stilofori, una serie di lastre rappresenta il cosiddetto Ciclo di San Donnino, trasposizione su pietra dei punti essenziali della leggenda del martire. 


Ma chi era Donnino? Le fonti più antiche (martirologi di Rabano Mauro, VIII-IX sec., e di Usuardo di Saint Germain, 865, che fanno forse riferimento ad una più antica Passio Sancti Domnini, mai pervenutaci) ci dicono solamente che egli, ai tempi di Massimiano, essendosi rifiutato di perseguitare i cristiani, sarebbe fuggito e, inseguito e raggiunto presso Fidenza, sarebbe stato decapitato. Dopo il martirio avrebbe operato molti miracoli. Tutto qui: una leggenda agiografica scarna e del tutto simile a quella di centinaia di altri martiri di quei primi secoli di cristianesimo (Massimiano fu Cesare per l'Occidente ai tempi di Diocleziano, verso la fine del III secolo). Ammirata la sua chiesa, lasceremmo Donnino al suo destino di patrono di Fidenza se le fonti posteriori, meno avare di particolari, conosciuti anche dagli artefici del ciclo scultoreo sulla facciata, non fornissero informazioni più interessanti. 

Soprattutto dal codice di Fulda, dal passionario parmense (XI sec.), dai codici della Biblioteca Nazionale di Parigi e dal codice fiorentino di Santa Croce (XIV sec.) è possibile ricostruire con maggiore ricchezza di particolari la leggenda del santo, che riporto nei suoi punti essenziali, indicando tra parentesi con cifre romane le scene corrispondenti scolpite nel Ciclo di San Donnino. 

• L'imperatore Diocleziano invia Massimiano in Gallia per reprimere una ribellione scoppiata ai confini con la Germania. Quest'ultimo si associa la legione Tebea, di cui fa parte Donnino; 
• Donnino è un ufficiale con il prestigioso compito di cubiculario, vale a dire di cameriere privato di Massimiano e custode della sua corona, incarico solitamente riservato ai membri delle famiglie nobili e senatoriali (I); 
• Considerando i cristiani nemici del potere imperiale e delle divinità pubbliche, Massimiano fa uccidere numerosi dei suoi soldati che avevano abbandonato l'antica religione e si erano rifiutati di sacrificare agli Dèi, il che era considerato come un tradimento, particolarmente grave trattandosi di militari. Avvisati da una voce notturna, Donnino e alcuni compagni riescono a fuggire verso l'Italia (II e III); 
• Presa a Piacenza la Via Claudia, che era il nome antico di quel tratto di Via Emilia, Donnino è inseguito e, nei pressi dello Stirone, raggiunto dagli emissari dell'imperatore (IV); 
• Catturato dai soldati (che evidentemente avevano ricevuto l'ordine di giustiziare colui che era considerato un disertore), Donnino viene decapitato nei pressi del fiume "a quindici miglia da Giulia Crisopoli", vale a dire da Parma (V);


• Secondo gli autori della leggenda, il martire, raccolta da terra la testa, attraversa il fiume, portando il capo tra le mani, "per una distanza pari ad un tiro di sasso" (VI). Il codice fiorentino afferma anche che il santo, guadato lo Stirone, si distende supino stringendo la testa appoggiata al petto (VII). Alcuni fedeli avrebbero assistito alla scena e poi seppellito il corpo del martire; 
• Ai tempi di Costantino, una trentina d'anni dopo il martirio, vengono ritrovate "miracolosamente" le spoglie del santo e, su ordine del vescovo dell'ancora inesistente diocesi di Parma (gli agiografi, si sa, non erano degli storici), viene costruita una cappella. Un ammalato di idrofobia, che era stato morso da un cane rabbioso, è guarito, naturalmente per intercessione di Donnino (VIII, IX); 
• Persa la memoria dell'esatto luogo di sepoltura delle reliquie, mentre fervono i lavori di ricerca nella chiesa, una folla di fedeli si riunisce in preghiera sull'altra riva dello Stirone. Non appena si viene a sapere del nuovo ritrovamento delle ossa del martire, la folla s'accalca sul vecchio ponte di legno che unisce le due sponde;


• sotto il peso degli entusiasti fedeli il manufatto cede di schianto, facendo precipitare nelle acque tutti i passeggeri, compresa una donna incinta. Le fonti agiografiche dicono che il santo, ligio al suo ruolo, compie un altro miracolo, poiché tutti restano incolumi (X). 

Fin qui le fonti scritte e le immagini del ciclo scultoreo sulla facciata. Al momento della costruzione della chiesa romanica era quindi vivo un corpus di leggende agiografiche su san Donnino, comprendente elementi non presenti nelle prime fonti, secondo il quale il martire decapitato avrebbe raccolto la propria testa e guadato il fiume. Qual è l'origine degli elementi posteriori della leggenda? 

Secondo san Giovanni Crisostomo (344-407), il tema del santo cefaloforo (portatore della propria testa tagliata) sarebbe giunto in Europa, in cui ha ottenuto un enorme successo, dall'Asia Minore, dove in alcune chiese protocristiane erano affrescate le storie di martiri decapitati che portavano il capo come pegno per "tutto ottenere dal Re del cielo". In effetti, i santi cefalofori sono centinaia! La liturgia bizantina esprime con parole ispirate la venerazione per il più illustre di questi santi, Dionigi l'Aeropagita, discepolo di san Paolo, primo vescovo d'Atene e creduto per lungo tempo autore della Hierarchia, uno dei testi cristiani più influenti in epoca medievale. Nell'ufficio del 3 ottobre, festa del martire, il prodigio della cefaloforia era cantato in questi termini: 

Vi è tagliata la testa, ed ecco la grande meraviglia: 
Voi camminate, san Dionigi, con la testa tra le mani. 
Decapitato il terzo giorno, correte portando il vostro capo. 


Una circostanza degna di attenzione consiste nel fatto che il tema, anche se di provenienza orientale, ha incontrato un notevole successo in Gallia, dove certo non era nuovo alle popolazioni, ai chierici e agli artisti, perché si tratta di un elemento simbolico e mitologico di grande importanza in ambito celtico e che si cercherà di analizzare con cura. La leggenda di san Donnino contiene oltre a ciò un elemento ulteriore di probabile derivazione celtica, che non è frequente nei racconti riguardanti altri santi decollati: il martire decapitato guada un fiume e, in seguito, diviene protettore di coloro che attraversano i ponti. Il significato simbolico del guado nel sistema religioso e mitologico celtico è stato analizzato da molti, ma converrà ritornare su questo argomento.


Teste celtiche

Gli autori classici riportano (senza enfasi, è bene ricordarlo) l'usanza dei guerrieri celtici di decapitare i nemici uccisi e di appendere la loro testa al collo del cavallo. Così Diodoro Siculo (Biblioteca, V, 29):

"(...) Poi rimettono ai loro servi le spoglie insanguinate (...), poi inchiodano alle loro case queste primizie del bottino, come se avessero abbattuto degli animali feroci in qualche caccia. Quanto alle teste dei loro nemici più illustri, impregnate d'olio di cedro, le conservano in un cofano e le mostrano agli stranieri, mentre ciascuno si glorifica per l'imponente somma d'argento che, per tale o talaltra testa, uno dei suoi avi, suo padre o lui stesso, non avevano voluto ricevere in ricompensa. Si dice che qualcuno tra loro si vanti di non aver accettato per una di queste teste il suo peso in oro, mostrando così una grandezza d'animo ammirevole per dei barbari, poiché non è nobile vendere i trofei del valore (...)".

I testi della letteratura irlandese, scritti dopo la cristianizzazione dell'isola ma dal forte carattere arcaico, forniscono centinaia di esempi di guerrieri che, ucciso un nemico, ne decapitano la testa. Nella "Razzia dei Buoi di Cooley" (Tàin Bó Cùailnge), testo centrale del ciclo mitologico dell'Ulster, si parla ad esempio di combattimenti in cui:

"(...) scorreranno fiumi di sangue
da colli senza testa
in un sanguinoso scontro di campioni
isseminato di tombe".

Le teste tagliate dai guerrieri dell'Ulster erano conservate alla corte del re Conchobar (Conor) a Emain Macha, in una costruzione chiamata "II Ramo Rosso", che ha dato il nome ad un intero ciclo epico irlandese. Emain Macha è il corrispondente insulare dei santuari celtici continentali, nei quali i pilastri e gli architravi di pietra o legno avevano delle cavità per riporvi le teste tagliate. Nei pilastri monolitici del santuario celtoligure di Roquepertuse (Provenza) sono ricavate delle nicchie per ospitare teste umane oppure delle loro riproduzioni; nel nemeton (luogo sacro) di Ribemont-sur-Ancre (Somme) gli scavi hanno portato alla luce gli elementi di un grande recinto nel quale erano stati esposti i resti di circa un migliaio di giovani, uomini e donne, decapitati e fatti a pezzi.


Il motivo ornamentale delle teste tagliate (têtes coupées) è frequente nell'arte e nella numismatica gallica e galloromana, nelle quali è facile riconoscere un valore magico e simbolico. Teste tagliate ornano ad esempio un pilastro del santuario gallo-ligure di Entremont (Provenza), mentre, per restare in un ambito geografico più vicino, le 14 splendide falere d'argento ritrovate a Manerbio e ora conservate al Museo Civico di Brescia, portano têtes coupées di pregevole fattura. Le falere di Manerbio, che erano usate per la bardatura dei cavalli, sono di forma circolare, decorate a sbalzo dal rovescio: la fascia periferica dei dischi è decorata con una serie continua di teste umane, dall'aspetto di maschere funerarie. Il complesso di Manerbio, datato alla prima metà del I sec. a.C., non è un prodotto cisalpino, ma è ritenuto piuttosto un'importazione dal mondo celtico centroeuropeo; esso dimostra comunque come il motivo delle teste tagliate fosse comune in tutto l'areale di diffusione della civiltà celtica.


Teste a tutto tondo sono state ritrovate in numerose località dell'antico territorio celtico, da Welwyn (Hertfordshire, Gran Bretagna) a Hradisto (Boemia, Rep. Ceca). Sempre dalla Boemia proviene la testa baffuta di Msecké Zehrovice, datata al II-I sec. a.C., una delle opere più rappresentative dell'arte celtica lateniana. Migliaia di teste (singole, coronate da "foglie di loto", prive della bocca, contrapposte, innestate su motivi vegetali, bicefale) ornano armi e gioielli celtici in tutta l'Europa.



L'importanza simbolica della testa tagliata del nemico ucciso risiedeva nella convinzione che riteneva il cranio la sede della forza e del valore guerriero dell'avversario, che si andavano ad aggiungere a quelli del vincitore; secondo la tradizione celtica l'effettiva morte del nemico avveniva solo con la sua decapitazione, che assicurava l'imprigionamento nella testa dello spirito e quindi la sua impossibilità di nuocere ai vivi.

Una testimonianza della qualità attribuita alla testa nel mondo celtico cisalpino è fornita da Tito Livio (XXIII, 24}: nel 216 a.C., dopo la battaglia di Canne, un'armata romana comandata dal console L. Postumio Albino cadde vittima di un'imboscata dei Galli Boi nella Selva Litana (Appennino emiliano). I Boi tagliarono la testa del console e la portarono nel più sacro dei loro templi dove, ricoperto d'oro il teschio, la trasformarono in un calice per le libagioni solenni.

La testa tagliata poteva anche essere miracolosa: l'eroe semidivino Bran Vendigeit (Bran il Benedetto), protagonista di alcuni racconti della letteratura medievale gallese;, quando viene ferito a morte durante una spedizione in Irlanda, è decapitato su sua stessa richiesta. La testa di Bran, dopo aver offerto ai suoi sette compagni sopravvissuti un lungo periodo di oblio e piaceri celesti (mitologicamente si tratta di un soggiorno nel Sid, l'Altro Mondo celtico) viene sepolta sulla Collina Bianca, a Londra, ed il suo potere è tale da tenere lontana dalla Britannia ogni invasione fino a che essa non sarà dissotterrata.


Cristianizzazione delle teste tagliate

L'avvento del cristianesimo non ha spento del tutto le precedenti tradizioni pagane. Se da un lato la Chiesa, una volta divenuta dominante, cercò di combattere apertamente e violentemente gli aspetti delle culture popolari ritenuti "superstiziosi" o "idolatrici", non senza ricorrere a vere e proprie devastazioni di antichi luoghi di culto e a stragi degli oppositori (che ebbero martiri come e più dei cristiani), dall'altro inglobò simboli e temi leggendari e mitici delle precedenti culture (in gran parte provenienti dalla tradizione orale, ma anche dai testi della civiltà classica e dalle immagini su monumenti e oggetti) semplicemente facendoli propri, "battezzandoli" e, più o meno consciamente, utilizzandoli per la sua opera di evangelizzazione. Così, travisati, cambiati di nessi e contesto, modificati, e tuttavia ben visibili, elementi del substrato culturale pagano hanno potuto conservarsi sotto la maschera imposta dalla religione vincente.

Gli esempi di questa immane opera d'appropriazione sono innumerevoli: dalla festa di Natale, che si è sovrapposta alla celebrazione tardoimperiale del Sol Invictus, fissata proprio al 25 dicembre, a quella di Capodanno, legata anticamente al culto di Giano, Dio degli inizi e dei passaggi, e cristianizzata, dopo secoli d'inefficace propaganda contraria, nella celebrazione del "Santo Nome di Gesù"; dalla Candelora, la festa calendariale celtica di Imbolc, associata al culto della Dea Brigit, in cui si celebrava il ritorno della luce, ai culti dei santi, che hanno acquisito le funzioni (e talvolta anche i nomi) degli Dèi e delle Dee delle antiche religioni: dai culti tributati a centinaia di Madonne, che hanno sostituito, spesso negli stessi luoghi e con modalità simili, quelli riservati alle Dee pagane, alle ubicazioni di molte chiese, costruite sopra antichi luoghi di culto, per cancellarne la memoria e, allo stesso tempo, per sfruttare la sacralità del luogo. Le Vite dei santi non sfuggono a questo processo. Anche se gli autori cristiani dichiarano, come fa Isidoro di Siviglia (VII sec.) di scrivere historiae e non fabulae, gli agiografi, attraverso l'uso sapiente di racconti miracolosi, sovrannaturali o spaventosi per fondare o legittimare il culto dei santi, non potevano non attingere dal ricco patrimonio reso disponibile dalle culture precedenti, né potevano disdegnare temi, simboli e credenze che erano riconoscibili dai fruitori dell'opera edificante.

Non è perciò sorprendente che il tema del santo decapitato portatore della propria testa abbia una grande diffusione nei territori dell'antico areale celtico, dove ancora sopravviveva, anche se in un diverso contesto culturale, il valore simbolico e religioso della testa tagliata.


Tornando a san Donnino, è interessante notare come la sua storia sia molto simile a quelle riferite a molti santi della cristianità gallica, particolarmente a quella di san Dionigi (Saint Denis). Secondo la leggenda, il primo vescovo di Parigi (confuso per molti secoli con Dionigi l'Aeropagita) fu decapitato, ai tempi dell'imperatore Domiziano, assieme ai suoi fedeli compagni, il prete Rustico e il diacono Eleuterio, sulla collina di Montmartre ("monte dei martiri") per essersi rifiutato di abiurare la fede cristiana. I testi agiografici dicono che, presa la propria testa tra le mani, il santo parigino sarebbe poi sceso nella campagna sottostante, camminando per un lungo tratto fino al luogo che aveva scelto per la sua sepoltura. Una donna di nome Catulla riuscì a trafugare il corpo, che doveva essere gettato nella Senna, e lo inumò in un campo vicino, dove la tomba sarebbe stata nascosta da spighe di grano cresciute "miracolosamente".

Dopo la fine delle persecuzioni, fu eretto sul posto un piccolo santuario, che divenne presto una meta di pellegrinaggio. Più tardi, intorno al 475, Santa Genoveffa, patrona di Parigi (vent'anni prima anche lei aveva fermato le orde di Attila) fece costruire una chiesa, nucleo della futura grande abbazia voluta nel VII secolo dal re merovingio Dagoberto I. A Saint Denis, dove poi volle essere sepolto, il sovrano franco affidò un ruolo importante nella sua politica di rafforzamento del regno mediante l'alleanza con la Chiesa, facendo della località uno dei principali luoghi sacri del paese.

La prima Vita di san Dionigi, scritta alla fine del V secolo e inizialmente attribuita a Venanzio Fortunato, situa il martirio verso la fine del I secolo, anticipando ai tempi apostolici la nascita della chiesa parigina. L'autore dell'opera, che cita per la prima volta i due compagni del santo, descrive il loro supplizio, ma non menziona il miracolo della cefaloforia (dimenticanza fondamentale se la tradizione fosse stata originale). Questa compare nella Post beatam et gloriosam, un testo anonimo degli inizi del IX secolo, assieme alla prima identificazione del San Dionigi parigino con quello greco. Vera e propria agiografia, il Posi beatam parla per la prima volta di una "collina dei martiri". La leggenda del santo si completa con la Vita Sancii Dyonisii, scritta tra l'835 e l’840 dall'abate di Saint Denis, Hilduino, su invito dell'imperatore Ludovico il Pio. Progettata per glorificare colui che nel frattempo era diventato il patrono dei sovrani franchi (e successivamente francesi), questa terza vita rafforza l'identificazione con l'Aeropagita, che diverrà verità ufficiale della chiesa per tutto il Medioevo e sarà abbandonata solo nel 1722.

Le fonti relative al martirio e al miracolo di san Dionigi sono quindi anteriori a quelle che presentano la versione definitiva della leggenda di san Donnino: è possibile ipotizzare un'influenza delle prime sulle seconde. Non si può dimenticare che Borgo San Donnino era un importante snodo della Via Francigena, che ha ricoperto un ruolo primario nella circolazione del sapere nel Medioevo, sia dal punto di vista della veicolazione di elementi stilistici della cultura architettonica, sia per quanto riguarda l'arrivo in Italia di idee, temi e leggende in campo culturale (nella sua accezione più ampia).

Numerose testimonianze sono ad esempio rilevabili nelle intitolazioni delle chiese poste lungo gli itinerari italiani della Via, che sono non di rado dedicate a santi molto venerati in ambito gallo-franco (Marziale, Giuliano, Martino, Egidio, Ilario, Nazario, Remigio, ecc.). A Pavia, posta anch'essa lungo la Via Francigena, una leggenda medievale attribuisce al grande filosofo cristiano Severino Boezio, decapitato per ordine di Teodorico nel 524 e ora sepolto in San Pietro in Ciel d'Oro, l'identico miracolo di Donnino e Dionigi.

Un'importante analogia, che può rafforzare la tesi d'un influsso gallo-franco sulla leggenda di san Donnino, si riconosce nella data della festa del santo. Il Martirologio Romano (1584) indica nel 9 ottobre l'anniversario del martirio di "san Dionigi l'Aeropagita, vescovo di Lutetia (cioè Parigi)". Non sembra casuale che Rabano Mauro, nel IX secolo, fissi la data del martirio di san Donnino proprio al 9 ottobre; lo stesso storico cattolico locale Lanzoni, che si è occupato della leggenda del santo, osserva che la passio originaria, da lui datata al VI secolo, fissava la festa al 5 novembre e che lo spostamento alla data attuale sarebbe avvenuto nel IX secolo. Con la cefaloforia sarebbe giunta quindi in quell'epoca anche la nuova data del martirio.


In una versione della leggenda del martire fidentino, contenuta nel Codice di Santa Croce, la monarchia franca compare in prima persona nei fatti straordinari attribuiti a san Donnino, perché vi si trova come protagonista Carlo Magno. Secondo questa fonte, l'imperatore franco, mentre si recava a Roma per incontrare il papa, stava transitando per il Borgo, dove la chiesa del santo era in rovina. Improvvisamente il suo cavallo s'arrestò e, per quanto fosse spronato, si rifiutò di proseguire. Lo sconcerto del sovrano divenne meraviglia quando apparve un angelo per rivelargli quale tesoro si nascondesse sotto terra, proprio nel posto in cui il cavallo si era fermato. Fatto prontamente scavare il terreno e scoperte le sacre spoglie, Carlo Magno ordinò di costruire una grande chiesa sul luogo del ritrovamento. L'episodio è celebrato in uno dei bassorilievi della facciata della cattedrale fidentina. E, in realtà, il primo documento che da la certezza della presenza al Borgo di una chiesa dedicata a san Donnino sembra essere appunto dell'830, pochi anni dopo la morte dell'imperatore.


Il codice fiorentino, più che descrivere l'ennesimo, miracoloso, ritrovamento del corpo del martire, sembra in definitiva voler celare con un velo leggendario l'epoca in cui, sotto l'influsso franco (a sua volta permeato di elementi gallici), il culto del santo trovò nuovo vigore e si definirono gli elementi più significativi del suo racconto agiografico.


Sopravvivenza delle teste tagliate 

I1 tema della miracolosa passeggiata del santo decollato sembra quindi essere giunto a Fidenza dall'ambiente transalpino, in un'epoca imprecisata attorno al IX-X secolo, ma non si deve tuttavia pensare che le têtes coupées costituiscano un elemento simbolico e mitologico del lutto nuovo in quella che era stata la Gallia Cisalpina. 

L'uso di teste umane di pietra come elementi decorativi o simbolici è attestato in case medievali nelle Alpi Occidentali e nell'Appennino Settentrionale. Generalmente la testa tagliata è posta a decorare l'architrave del portale trilitico d'ingresso, ma può comparire sulle sporgenze destinate a sostenere le logge o i balconi di legno, sulle lesene o le colonnette della facciata e anche come acroterio sul tetto. A Bellino (CN), dove teste litiche vengono ancora riutilizzate nelle case moderne, un volto umano raggiato è collocato a rovescio (forse volutamente) nell'abside romanico della chiesa di san Giacomo: la testa può essere la traccia di un preesistente tempio pagano dedicato a Belenos, l'Apollo celtico dai marcati caratteri solari che ha probabilmente dato il nome alla località. 

Nelle medesime aree (ma anche nelle Alpi Centrali e Orientali e in tutto l’Appennino emiliano) le case in pietra sono decorate talvolta da simboli come la spirale semplice o doppia, la "rosa alpina" a 5, 6 o 7 punte, il triscele (triskel), la svastica. Gli stessi simboli sono utilizzati come elementi decorativi sugli stampi per il burro, su quelli per le tigelle, sui collari per gli animali da tiro, sugli sgabelli per la mungitura e in decine di altri manufatti "umili" ed essenziali e tuttavia nobilitati dal segno, che richiama ed invia ad una dimensione superiore. La presenza contemporanea di diversi simboli derivati dalla tradizione celtica (o comunque anche da questa utilizzati) denota un insieme coerente di significati e credenze che non è possibile liquidare come semplice "relitto" precristiano. 

La stessa sorte del cranio del console romano Postumio Albino è attribuita da Paolo Diacono (IX sec.) alla testa di Cunimondo, re dei Gepidi, ucciso in battaglia dal re longobardo Alboino intorno al 565. Quest'ultimo ordinò che dal cranio del nemico fosse ricavata una tazza per bere. Sposata Rosmunda, figlia di Cunimondo, il sovrano, durante un banchetto nei pressi di Verona, "comandò di versare del vino alla regina nella tazza che egli stesso si era costruita con il teschio di suo suocero Cunimondo; poi la invitò a brindare allegramente 'con suo padre". (...) Quando Rosmunda si accorse dello scherzo inorridì e, non potendo più resistere al dolore, decise di vendicare la morte del padre uccidendo il marito". Questo drammatico e notissimo episodio della leggenda longobarda, che nasconde indubbie reminiscenze celtiche, ha colpito l'immaginario popolare a tal punto che, ancora nel XVIII secolo, molti soldati credevano che "al solo bevere ordinariamente nel cranio umano, si renda immune la persona dagl'insulti delle armi"

Il valore magico e simbolico attribuito al cranio, nell'episodio del calice di Alboino come nelle leggende agiografiche, dipende in larga misura dal suo essere l'esito di una morte violenta: una testa spiccata dopo una morte per cause naturali non avrebbe avuto lo stesso potere. La morte per decapitazione era considerata un "privilegio" in diversi contesti culturali (nell'Impero Romano era riservata ai soli cittadini romani, come fu il caso di Paolo di Tarso); in ambito celtico era la forma di sacrificio connessa alla funzione guerriera. Come si ricava dalle testimonianze degli autori classici e dalla letteratura insulare medievale, per i Celti il sacrificio sanguinario connesso alla guerra consente la divinizzazione degli uccisi attraverso la loro morte violenta, per "ottenere tutto" dagli dèi, se vogliamo parafrasare le parole di Giovanni Crisostomo citate in precedenza.

Un'eco lontana di queste concezioni si può trovare nelle immaginifiche ricette della medicina dell'epoca rinascimentale e barocca, che faceva largo uso di ingredienti d'origine umana (sangue, urina, sudore, ecc.). Secondo il Brunori (1726) non tutti i crani erano ritenuti di uguale valore e medici e speziali "quelli che si rubano a' cimiteri, di persone morte naturalmente, non gli stimano nulla. Ma singolarmente pongono cura di far scelta de'crani che si traggano da uomini mancati di morte violenta". La ragione di questa scelta dipendeva dalla credenza "che il cranio di chi è passato all'altra vita per naturai morte pensano priva affatto di spirito insito dissipatosi nella malattia; là dove quello de' morti violentemente conserva ancora parte di detto spirito"


I1 guado e il ponte 

La leggenda di San Donnino contiene altri due elementi meritevoli di essere discussi: il santo decapitato guada un fiume e, in seguito, diviene protettore di coloro che attraversano i ponti. Il passaggio del guado è un tema epico frequente nella letteratura celtica (come le saghe irlandesi di Cu Chulainn e di Finn mac Cumaill, oppure i racconti gallesi raccolti nei Mabinogion), nella quale sono numerosi gli esempi di combattimenti presso guadi, dai forti connotati magici. La vicenda dell'eroe dell’Ulster, Cu Chulainn, è costellata di scontri presso guadi, come la tragica sfida con il fratello d'armi Fer Diad, che si conclude con la morte di quest'ultimo. Gli scavi effettuati presso guadi nel territorio dell'antica Gallia, dove esisteva una Dea gallo-romana chiamata Ritona, la "Dea del guado", hanno spesso portato alla luce numerose armi, il che conferma le testimonianze irlandesi sul guado come luogo privilegiato di combattimento, reale o simbolico, sulla soglia tra due Mondi. Un bel passo di un racconto gallese, il Peredur, fornisce un'idea poetica e precisa della concezione celtica del guado: 


"Su una delle rive, c'era un gregge di montoni bianchi e sull'altra un gregge di montoni neri. Ogni volta che un montone bianco belava, un montone nero attraversava l'acqua e diventava bianco. Ogni volta che belava un montone nero, un montone bianco attraversava l'acqua e diventava nero. Sulle sponde del fiume si ergeva un grande albero: una delle metà dell'albero bruciava dalla radice sino alla cima; l'altra metà era piena di foglie verdi". 

Il guado simboleggia il punto di contatto tra due mondi, quello degli uomini e l'Altro Mondo, che nella mitologia celtica ha spesso l'acqua come tradizionale mezzo d'accesso. L'attraversamento delle acque ha così i caratteri di un passaggio tra due diversi stati dell'essere. Se si volesse interpretare la leggenda di Donnino secondo la mentalità tradizionale, egli, "santificato" dal martirio, guadando lo Stirone supera le acque, che simbolicamente costituiscono la porta verso un'altra dimensione; tra le mani reca la propria testa decollata, pegno della grazia divina. 



Diventa un'evoluzione quasi obbligata l'attribuzione a Donnino del ruolo di protettore dei passaggi sui ponti e, in senso più generale, di protettore dei pellegrini (la chiesa di Fidenza è piena di riferimenti al pellegrinaggio, com'è logico che accada in una tappa importante della Via Francigena); con l'invocazione al santo ci si assicurava l'incolumità nel periglioso passaggio ed, estensivamente, lungo tutto il viaggio. Non a caso la Storia del santo rappresentata sulla facciata del Duomo si conclude proprio con il miracolo del ponte. 

Il ponte equivale infatti simbolicamente al guado, di cui può essere considerato una variante "tecnologica". Il "passaggio del ponte" è presente in molte tradizioni, in certi rituali iniziatici ed è un elemento comune nella vasta letteratura delle visioni dell'Aldilà; la regalità suprema ha tra i suoi attributi quello di Pontefice, cioè di costruttore di ponti e ponte egli stesso, perché simbolicamente il pontifex, ovvero il rex sacrarum dell'antica religione romana (del cui nome il vescovo di Roma si è poi appropriato), è il mediatore tra questo mondo e i mondi superiori. Nel racconto gallese di "Branwen, figlia di Llyr", in modo efficace, il gigantesco Bran, della cui testa miracolosa abbiamo già parlato, si sdraia tra le due rive del Linon, fiume magico sul quale non esistono ponti e che nessun natante può attraversare, per far passare le sue truppe sopra di sé, dando origine all'aforisma irlandese "Che colui che è capo sia ponte". E Donnino rappresenta il ponte che permette al pellegrino di proseguire il suo viaggio verso una nuova condizione spirituale.