Artù in Italia

L’archivolto della Porta della Pescheria 

II 9 giugno 1099 fu posta la prima pietra del Duomo dedicato a san Geminiano, il patrono di Modena. L'edificio fu progettato dall'architetto Lanfranco, mentre l'eccezionale decorazione scultorea della facciata si deve a Wiligelmo, l'iniziatore del grande periodo della scultura italiana del XII secolo. Nel corpo dell'edificio si aprono alcune splendide porte, delle quali una, posta sul lato settentrionale e nota come Porta della Pescheria (nelle sue vicinanze già si trovava un banco per il commercio del pesce), ha da tempo interessato gli studiosi per la singolare e affascinante decorazione scultorea. 

L'architrave presenta, accanto ad un motivo centrale ad intreccio, quattro scene che raffigurano animali ed esseri favolosi, ispirate sia dall'arte classica che dalle favole medievali. L'archivolto, cioè l'elemento semicircolare che, con il sottostante architrave, racchiude la lunetta (qui non decorata), mostra, ed è il motivo per cui me ne occupo, la prima rappresentazione in assoluto di Artù e di alcuni dei suoi cavalieri.


L'archivolto della Porta della Pescheria descrive infatti l'assalto di cavalieri armati ad un castello fortificato cinto da una barriera d'acqua, nel quale è tenuta prigioniera una dama. La fortezza, protetta da porte turrite, è situata nel punto centrale (e quindi sommitale) dell'archivolto: al suo interno la prigioniera leva le braccia al cielo invocando soccorso, mentre il suo carceriere sta sollevando il ponte levatoio, nel tentativo di difendere il castello dai nemici. Sulla cornice dell'archivolto la presenza di iscrizioni permette di conoscere i nomi dei personaggi: la dama prigioniera è Winlogee (Ginevra), l'uomo è Mardoc


Alla sinistra del castello tre cavalieri armati di lancia stanno sopraggiungendo per affrontare un difensore vestito da contadino, che l'iscrizione chiama Burmaltus. Questi imbraccia un rudimentale attrezzo che sembra una mazza o un piccone. Armato di tutto punto, con cotta di maglia lunga fino al ginocchio, scudo e casco a nasale, il cavaliere all'estrema sinistra è il più lontano dal castello e perciò porta ancora la lancia abbassata: si tratta di Isdernus (Yder). Davanti a lui cavalca un individuo barbuto, privo d'armatura e quindi presumibilmente un servitore, con lo sguardo rivolto all’indietro e la lancia abbassata: è l'unico personaggio di cui l'iscrizione tace il nome. Più a destra lo precede un cavaliere armato come il primo, ma il suo cavallo è finemente bardato e un gonfalone, segno di nobiltà, è appeso alla lancia; egli s'appresta ad intervenire contro il villico appiedato: è Artus de Bretania (Artù). 


Alla destra del castello il combattimento è già cominciato: un cavaliere armato, Carrado, esce dalla porta per affrontare il primo degli assalitori a cavallo, con il quale ha già incrociato la lancia. Il suo rivale è ben armato e lanciato al galoppo: si tratta di Galvaginus (Galvano). Dietro di lui procedono, con la lancia impavesata appoggiata sulla spalla in posizione di riposo, altri due cavalieri, che l'iscrizione della cornice dice essere Galvariun e Che (Kay). 


L'artista dell'archivolto, un allievo di Wiligelmo detto "Maestro di Artù", ha rappresentato quindi il tentativo, operato da Artù e da alcuni dei suoi cavalieri, di liberare Ginevra, tenuta prigioniera in un castello. Trovare scolpita in Val Padana, agli inizi del XII secolo, la prima immagine che rappresenta il più famoso britanno è abbastanza sorprendente e questa stranezza merita d'essere spiegata. Se poi si è particolarmente curiosi, ci si può chiedere quale episodio della leggenda arturiana abbia ispirato lo scultore (o il suo committente) e, anche, per quale motivo esso sia stato utilizzato per decorare una porta di un edificio sacro cristiano. 

Artù tra storia e leggenda 

Esistono ormai pochi dubbi tra gli storici sul fatto che un Artù sia realmente esistito e abbia guidato la resistenza dei popoli celtici (benché fortemente romanizzati) di Britannia contro gli invasori Angli e Sassoni, nei decenni a cavallo dell'anno 500. Le fonti sono tuttavia così scarse ed imprecise che schiere di studiosi (e anche qualche esaltato) ancora si affannano ad identificare di volta in volta il "vero Artù" tra i vari sovrani locali gallesi o scozzesi vissuti nell'Alto Medioevo. È certo comunque che il termine Artù non sia stato un nome proprio, ma un titolo o un soprannome legato al significato dell'orso (gallese arth, gallico artos) come simbolo celtico della funzione guerriera e regale. 

Anche se dell'Artù storico sappiamo ben poco, il fatto straordinario è che le vicende di un oscuro capo britanno della tarda antichità hanno originato un corpus letterario immenso, che rappresenta probabilmente il più grande contributo dato dalla civiltà celtica all'immaginario dell'umanità. Le leggende riguardanti Artù non fanno parte di un'opera organica e ben definita, ma formano un insieme complesso (giuntoci attraverso varie contaminazioni dell'agiografia cristiana e della mentalità cavalleresca e subendo talvolta influssi dell'esoterismo), elaborato da decine di autori diversi, molti dei quali del tutto sconosciuti, attraverso secoli di costruzione. 

L'origine celtica di gran parte delle vicende è indubbia, ma riconoscere il nucleo originario spogliandolo dei rivestimenti che l'hanno ricoperto è opera ardua e talora impossibile: basti pensare che la versione più nota e popolare della storia d'Artù, vale a dire quella riportata ne La morte Darthur da Thomas Malory intorno al 1470, che fu anche la prima opera arturiana data alle stampe, risente più della mentalità intrisa di cristianesimo delle corti medievali europee che non di quella dei guerrieri celtici della Britannia nel V e VI secolo. 

Il primo e fugace accenno ad Artù compare in un lungo poema epico del VI secolo attribuito al bardo gallese Aneurin, il Gododdin, giuntoci attraverso un manoscritto dell'XI secolo, nel quale si afferma che un guerriero "Fornì cibo in abbondanza ai neri corvi sul bastione della fortezza, anche se non era Artù". Qualche dettaglio maggiore si trova in due cronache gallesi scritte in latino, l’Historia Britonnum (IX sec.), a lungo erroneamente attribuita ad un certo Nennio, e gli Annales Cambriae (X sec.). In entrambe le opere Artù compare come un capo guerriero, vincitore dei Sassoni al mons Badonicus e poi sconfitto mortalmente nella battaglia di Camlann, circa vent'anni più tardi. Secondo Nennio "A quell'epoca i Sassoni prendevano sempre più forza e crescevano di numero in Britannia. Dopo la morte di Hengist, suo figlio Octa si trasferì nel Kent, e da lui sono discesi i sovrani di quella regione. Allora Artù combatteva contro di loro insieme ai re dei Britanni, essendone il comandante supremo (dux bellorum)." L'Artù storico non era quindi un re, ma un capo militare. Per l'ignoto autore degli Annales Cambriae, nella battaglia di Camlann "Artù e Medraut morirono, e scoppiò la peste in Britannia e in Irlanda". Altri brevi accenni ad Artù si trovano in alcune vite di santi e in qualche testo poetico gallese. 

Il primo racconto propriamente letterario che si occupa del personaggio è in ogni modo un'opera gallese contenuta in un manoscritto del XII secolo, il Kwlhwch e Olwen, trascrizione di un originale del secolo precedente, che sembra il primo tentativo di raccogliere e unificare in modo coerente molte delle tradizioni orali che circolavano nelle regioni celtiche dell'isola. In quest'opera, come nelle precedenti, Artù compare come un rozzo capo guerriero, talvolta sanguinario, e i suoi compagni sono dei rudi combattenti dotati di poteri magici, in un mondo primitivo e fantastico, perfettamente celtico per costumi e tradizioni, in cui si celebrano sopra ogni cosa la caccia e la guerra. Con l'aiuto dei suoi guerrieri dotati di insuperabile valore e magiche virtù, Artù può sconfiggere mostri, streghe e giganti o intraprendere viaggi nell'Oltretomba per liberarne prigionieri o trame tesori. 

E' tuttavia solo con la Historia Regum Britanniae, scritta tra il 1136 e il 1138 dal chierico gallese Goffredo di Monmouth, legato alla corte dei Plantageneti, che le storie arturiane si diffondono rapidamente in tutto il continente europeo. Goffredo, del tutto privo di scrupoli rispetto alle fonti orali o scritte che (sicuramente) utilizza, è il primo a trasformare lo spietato e rude capo di una compagnia di guerrieri celtici in un cortese re imperatore, circondato da prodi cavalieri in una splendida corte medievale. Le vicende del protagonista sono arricchite di una nuova ambientazione storica, sociale e psicologica, molto più adatta ai gusti del pubblico contemporaneo. Goffredo da per certa la conquista di Roma da parte del re britanno, negando che i Romani abbiano mai varcato la Manica; introduce la leggenda del trasporto di Artù nella misteriosa isola di Avalon alla fine della sua esistenza terrena; crea, a partire da alcune leggende scozzesi e gallesi riguardanti il folle profeta Myrddin-Lailoken, la figura di Merlino. 

L'opera di Goffredo di Monmouth ebbe un immediato e duraturo successo, al punto da essere giudicata uno dei testi letterari più influenti che siano mai stati scritti. Essa ha determinato in modo definitivo la creazione del cosiddetto "Ciclo Bretone", importantissimo per la cultura europea e per l'immaginario dei secoli successivi, fino ai giorni nostri. Nei decenni successivi la Historia Regum Britanniae fu tradotta in numerose lingue ed ebbe schiere d'imitatori e continuatori, che aggiunsero sempre nuovi elementi e temi alle leggende arturiane.

Nel Roman de Brut (1155), di Robert Wace, poeta normanno dell'isola di Jersey, fece la sua comparsa la Tavola Rotonda: grazie a questa fortunata invenzione le vicende arturiane influenzarono la cultura francese e la letteratura dell'intero continente. 

I romanzi cavallereschi di Chrétien de Troyes, sicuramente il più grande tra gli scrittori di cose arturiane, introdussero, tra circa il 1160 e il 1190, le leggende bretoni armoricane di Lancillotto e, soprattutto, le vicende della cerca del Graal, la mistica coppa d'immortalità, probabilmente ispirata ai calderoni magici delle leggende celtiche. Fu sempre Chrétien a battezzare Camelot la reggia d'Artù e a introdurre nell'opera l'atmosfera dell'amor cortese, che avrebbe caratterizzato tutte le narrazioni successive. 

II tema graaliano fu continuato in Francia da vari autori che lo collegarono a idee prettamente cristiane. Secondo la versione più nota e diffusa della leggenda, il Graal (il cui nome deriva forse dal latino medioevale gradalis, "piatto", o dal francese antico gréal, "tazza") sarebbe la coppa utilizzata da Gesù nell'ultima cena e usata poi da Giuseppe d'Arimatea per raccogliere il suo sangue dopo la crocifissione. In seguito il Graal sarebbe giunto in Europa (Giuseppe d'Arimatea era stato inviato come missionario in Britannia) e affidato ad un custode, il Re Pescatore. 

Passano i secoli, e si perdono le tracce del custode e della coppa. Nasce quindi l'esigenza di ritrovare il Graal e naturalmente dovrà essere un cavaliere a superare prove tremende per giungere all'atto finale. Un atto che viene rinviato più volte, ma alla fine il Graal viene ritrovato. Tra gli autori che più influirono nella stesura della leggenda del Graal spicca Robert de Boron, il quale, oltre ad essere il primo autore a definire espressamente Merlino come mago, inserì nelle vicende di Artù l'episodio della "spada nella roccia". 

Le vicende della ricerca del Graal furono sviluppate anche in Germania in diverse opere, tra le quali il Parzival di Wolfram von Eschembach (inizi del XIII secolo), che v'introdusse leggende orientali e temi di matrice templare, privilegiando gli aspetti simbolici della leggenda rispetto a quelli avventurosi: fu quest'opera a influenzare la composizione "in chiave massonica" del Parsifal di Richard Wagner nel 1882. Il Tristan di Thomas (1160) raccolse i racconti medievali scozzesi e gallesi su Tristano e Isotta e li collocò nell'ambiente arturiano; il chierico inglese Layaman, intorno al 1200, elevò il sovrano a figura messianica, perché divulgò l'idea, radicata a livello popolare nel Galles, che, alla fine, Artù sarebbe tornato dal suo soggiorno immortale nell'isola di Avalon. 

Nei primi decenni del Duecento fu composto, da alcuni autori rimasti anonimi, un gruppo di romanzi in prosa francese che va sotto il nome di Lancillotto in prosa. E' questa la stesura meglio conosciuta della leggenda arturiana, resa popolare dagli adattamenti moderni e dalle opere cinematografiche. 

Non si deve poi dimenticare che, accanto al successo letterario e sicuramente prima di questo, una gran varietà di narrazioni eroiche e mitiche d'origine diversa, oltre che di leggende locali, si erano andate raccogliendo nel corso dei secoli attorno alla figura di Artù e da tempo circolavano oralmente, portate da mercanti, soldati, pellegrini, chierici e menestrelli in ogni nazione europea, tra cui l'Italia. L'archivolto di Modena ne è una prova, sotto vari aspetti, come si vedrà. 


Le leggende 

Secondo gli esperti, la Porta della Pescheria fu realizzata nella fase iniziale di costruzione del Duomo di Modena, entro il primo decennio del XII secolo. Essa quindi, oltre a costituire la prima testimonianza iconografica dei racconti arturiani, è anteriore di almeno vent'anni all’opera di Goffredo di Monmouth. La scena della liberazione di Ginevra precede ogni redazione scritta dello stesso racconto (almeno di quelle di cui si è a conoscenza) e può essere giunta a Modena solo per un tramite orale. Inoltre, il nome di Ginevra compare, nell'iscrizione sulla cornice dell'archivolto, nella forma arcaica di Winlogee, con la quale è talvolta presente in testi, ovviamente più recenti, derivati da un originale bretone armoricano. E' possibile perciò ipotizzare che la storia rappresentata sia giunta in Italia settentrionale direttamente attraverso narratori franco-bretoni e senza intermediazioni letterarie. 


Un'altra considerazione merita di essere fatta: a Modena Artù non compare con il titolo di re, come invece accade nel mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto (1163-1165), realizzato dal chierico Pantaleone, nel quale il personaggio è rappresentato, munito di corona e scettro, a cavallo di una capra, accanto all'eloquente scritta Rex Arturus mentre affronta un gatto gigantesco. Questo fatto è una prova aggiuntiva dell'arrivo a Modena delle leggende arturiane prima che Goffredo facesse di Artù una celebrità in tutt'Europa: è infatti solo con l’Historia Regum Britanniae che si comincia a definire Artù come sovrano, perché nei testi precedenti egli appare sempre e solo come dux, condottiero. 

Il successo delle leggende arturiane, raccontate nelle corti, nelle piazze, durante le fiere, negli ostelli per pellegrini o negli accampamenti dei soldati, fu notevole, perché il nome Artusius compare nel Modenese e nel Padovano in documenti del 1114 (riferiti a persone nate prima del 1100) e anche a Brescia, Piacenza e Treviso, mentre Walwanus, che è una variante fonetica del nome Galvano (Gawain), il nipote di Artù, anch'egli rappresentato sull'archivolto, è attestato nel Padovano (a partire dal 1136) e a Lodi. 

Un famoso Galvano italiano fu quel Galvano Guidotti, nato nel 1148, santo senese, che si ritirò a vita eremitica dopo aver abbandonato la cavalleria. Al santo viene attribuito il miracolo, curiosamente legato alla leggenda di Artù, di aver conficcato una spada nella roccia in modo da pregare davanti all'elsa in forma di croce. Una "copia" della spada, protetta da uno spesso cristallo, è ancora visibile nella cappella sorta successivamente sul luogo del suo romitaggio. Dopo la morte di Galvano, avvenuta nel 1181, fu fondata nei pressi un'abbazia cistercense, della cui chiesa priva di tetto (crollato nel Settecento) rimangono gli splendidi resti, immersi nella campagna toscana. 


La presenza dei Normanni consentì la diffusione anche in Italia meridionale delle leggende arturiane. Nel 1087, un gruppo di mercanti portò a Bari dalla Turchia le spoglie di San Nicola, e in loro onore venne edificata una basilica. In realtà, secondo una tradizione locale, la traslazione del Santo era solo la copertura di un ritrovamento ben più importante, quello del Graal. Il recupero delle spoglie del santo avrebbe giustificato la spedizione, finanziata forse da papa Gregorio VII, e l'edificazione di una basilica a Bari. La scelta di custodire il Graal in quella città anziché a Roma sarebbe stata determinata da due motivi: da lì si sarebbero imbarcati i cavalieri per la Terra Santa (la prima crociata fu bandita sei anni dopo il ritrovamento) e il Graal avrebbe riversato su di loro i suoi benefici effetti. A ricordo dell'avvenimento, sul portale della cattedrale si trova l'immagine di Artù. 

Secondo leggende siciliane, già vive nel XII secolo, Artù non sarebbe morto, ma dormirebbe in una caverna sotto l'Etna. Gervasio di Tilbury, cronista che visse tra il XII e il XIII secolo e soggiornò alla corte normanna di Palermo, scrisse che Artù vive ancora in una dimora all'interno del vulcano, ma soffre di una piaga dolorosa che si apre ogni anno, il che ricorda quanto succede al Re Pescatore delle storie sulla ricerca del Graal. 

Tornando verso nord, un’altra leggenda, proveniente da Genova, è legata alle leggende graaliane. Nel tesoro della chiesa di san Lorenzo, nel capoluogo ligure, è infatti conservato il Sacro Catino (12), uno dei numerosi Graal segnalati in Europa. Proveniente dal bottino della presa di Cesarea in Palestina (1100), durante la Prima Crociata, e portato a Genova da Guglielmo Embriaco, fu a lungo creduto di smeraldo. Quando, nel 1806, Napoleone volle mandarlo in Francia, per disavventura fu fatto cadere e andò in pezzi, rivelando di essere fatto solo di vetro verde e perdendo di colpo il suo alone soprannaturale. Ritornato in Italia dopo la fine del Bonaparte, poiché si trattava in ogni modo di un bell'esempio d'arte vetraria antica (molti studiosi lo datano al I secolo), fu fatto riparare nel 1950. 


Le opere letterarie 

Se il primo riferimento letterario italiano alla materia bretone sembra trovarsi nel Pantheon di Goffredo da Viterbo, compilazione storica scritta tra il 1186 e il 1191 e chiaramente ispirata a Goffredo di Monmouth, il fatto che già in quegli anni l'attesa dei Britanni per il favoloso ritorno di Artù fosse diventata proverbiale per indicare un evento improbabile, com'è testimoniato da Arrigo da Settimello (1193), è indice della grande popolarità delle leggende arturiane. Dalla metà del Duecento esse ispirarono un'abbondante letteratura romanzesca, sia in traduzione sia di produzione originale, ispirata ai canoni dell'amor cortese e soprattutto alle vicende di Lancillotto e Ginevra e di Tristano e Isotta. 


La profonda suggestione esercitata da queste leggende sulla gioventù nobile che desiderava accedere alla dignità cavalleresca è attestata da vari documenti, secondo i quali, all'inizio del XIII secolo, erano numerose le "società" di giovani intitolate alla tavola rotonda (come testimonia Boncompagno da Pisa: de tabula rotonda societas nominatur). Il fenomeno era particolarmente diffuso in Toscana: ad esempio una società di tal nome era attiva a Pisa intorno al 1238 e, nella seconda metà del secolo, alla tavola rotonda s'intitolò persine un'associazione di letterati volterrani, probabilmente maestri di retorica. 

Anche san Francesco paragonava i suoi primi compagni ai cavalieri di Artù: "questi sono i miei fratelli, cavalieri della tavola rotonda (milites tabulae rotundae), che se ne stanno nascosti in luoghi remoti e solitari per dedicarsi più attentamente alla preghiera e alla meditazione". 

Come si è già visto, le leggende arturiane erano familiari alla corte sveva di Sicilia, il primo importante centro di vita culturale in Italia. Allusioni a episodi della letteratura romanzesca francese sono diffusi nella lirica siciliana e non mancano i riferimenti precisi a vicende come l'amore fatale tra Tristano e Isotta, causato dal filtro bevuto per errore dai due sulla nave che deve portare la fanciulla a sposare il re Marco di Cornovaglia. In questo brano, tratto dal discorso Donna audite como, attribuito a "messer lo re Giovanni" sono evidenti i canoni dell'amor cortese: 

Fino amor m'à comandato 
ch'io m'allegri tuttavia, 
 faccia sì ch'io serva a grato; 
a la dolze donna mia, 
quella c'amo più 'n celato 
che Tristano non facìa 
Isotta, como contato, 
ancor che li fosse zia. 
Lo re Marco era 'ngannato, 
perché 'n lui si confidìa: 
ello n'era smisurato 
e Tristan se ne godìa 
de lo bel viso rosato 
ch'Isaotta Blond'avìa; 
ancor che fosse peccato, 
altro far non nepotìa, 
e'a la nave li fui dato onde 
ciò li dovenìa. 
Nullo si faccia mirato 
s'io languisco tuttavia, 
ch'io sono più 'nnamorato 
che nullo orno che sia. 

In una lettera del 1240, Federico II ringrazia per l'invio di un'opera del ciclo, il Palamides: la missiva costituisce la prima testimonianza relativa alla circolazione nel nostro paese di un romanzo cavalleresco. In una bizzarra opera intitolata Detto del Gatto Lupesco, scritta a Firenze proprio in quegli anni, due cavalieri d'Artù vanno in cerca del loro re, che si dice scomparso nell'Etna: 

Cavalieri siamo di Bretagna 
Ke vengnamo de la montagna, 
he ll'omo apella Mongibello. 
Assai vi semo stati ad ostello 
Per apparare ed invenire 
La veritade di nostro sire, 
lo re Artù k'avemo perduto 
e non sapemo he sia venuto. 
Or ne torniamo in nostra terra 
Ne lo reame d'Inghilterra. 

Nel settimo decennio del tredicesimo secolo fu composto il primo vero romanzo arturiano in Italia, il Melìadus di Rustichello da Pisa, vasto compendio di racconti scritto in un idioma francese ricco di italianismi. L'autore, che fu il compagno di prigionia cui Marco Polo dettò il Milione (il cui titolo originale è Livres des Merveilles) sostiene nel prologo d'aver utilizzato un libro del re Edoardo d'Inghilterra, al tempo del suo ritorno dalla Crociata (1273). La materia narra le avventure della generazione arturiana precedente a quella dei più famosi cavalieri: Meliadus è il padre di Tristano e il sovrano attorno al quale si riuniscono i protagonisti è Uther Pendragon, padre di Artù. Si tratta del processo di ampliamento proprio di tutto il genere, che portava ogni narrazione di successo ad avere degli antefatti, delle continuazioni e degli sviluppi laterali a non finire. 


Della fine del Duecento è il Tristano Riccardiano, una traduzione toscana in prosa tratta dal Roman de Tristan. Questo romanzo, notevole documento della prima narrativa in volgare, non manca di un certo fascino dovuto al suo tono primitivo, ma nel complesso si rivela monotono sia nell'intreccio che nella prosa. Il suo successo è comunque attestato da alcuni Tristani più tardi, di area toscana e veneta. 

Ben superiore a queste opere è la Tavola Ritonda, opera di un anonimo autore toscano del primo trentennio del Trecento. Caratterizzato da una libertà inventiva e da una capacità di trasformare e rinnovare i moduli narrativi più consunti, il racconto possiede, rispetto al Roman de Tristan al quale si ispira, una struttura meno tortuosa e frantumata, ricca di nuovi episodi spesso fantasiosi e felici. 

La più importante testimonianza del successo letterario di Artù in Italia è dovuta a Dante Alighieri, che, in due brani dell'Inferno, fa riferimento a re Artù. Nel canto XXXII, egli parla di Mordret (Medrawt) il figlio traditore di Artù, colpito a morte da un colpo di lancia del sovrano durante l'ultima battaglia: 

non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombra 
con esso un colpo per man d'Artù 

volendo significare che la luce del sole passò attraverso il foro della ferita. 

Più famoso è però il passo di Paolo e Francesca (Inferno, canto V), in cui la sventurata riminese racconta del primo bacio dell'amante, ispirato dalla lettura dell'episodio in cui Lancillotto bacia per la prima volta la regina Ginevra. 

Noi leggiavamo un giorno per diletto 
di Lancialotto come amor lo strinse; 
soli eravamo e sanza alcun sospetto. 
Per più fiate li occhi ci sospinse 
quella lettura, e scolorocci il viso; 
ma solo un punto fu quel che ci vinse. 
Quando leggemmo il disiato riso 
esser basciato da cotanto amante, 
questi, che mai da me non fìa diviso, 
la bocca mi basciò tutto tremante. 
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: 
quel giorno più non vi leggemmo avante. 

Racconti arturiani erano argomento dei "cantari" trecenteschi e quattrocenteschi, anche se con decrescente fortuna. Un esempio di questo genere si ritrova ne Il Cavaliere del Falso Scudo, cantare del Quattrocento che dimostra come ormai la materia bretone si era trasformata in moralistica maniera: la corte di Artù viene criticata perché durante la messa le donne pensano ai loro amori e i cavalieri hanno voglia di giostrare.

Riferimenti, omaggi, allusioni ai temi arturiani si trovano, tra gli altri, nelle opere del Boccaccio, del Petrarca, del Pulci, del Boiardo e dell'Ariosto. 

Artù in Italia: le opere pittoriche 

A testimonianza di come, nell'ultima stagione del Medioevo, i segni e le immagini della cultura cortese si diffusero in tutto l'Occidente come una moda irresistibile, si pone il ciclo di affreschi rinvenuto nel 1971 in una sala della Tenuta Torre di Frugarolo ed ora conservato nel Museo Civico di Alessandria. Il soggetto dell'opera, dipinta tra il 1391 e il 1402, è tratto dal poema Lancelot du Lac di Chrétien de Troyes. La sua realizzazione avvenne per celebrare la vittoria sui Francesi ottenuta nel 1391 dalle truppe alessandrine, viscontee e spagnole, che erano state condotte da Andreino Trotti, proprietario della Tenuta. Gli affreschi costituiscono la più antica testimonianza di pittura gotica profana nell'Italia Settentrionale. 

Echi e tradizioni dei romanzi del ciclo d'Artù sono stati riconosciuti anche negli affreschi che il Pisanello realizzò, alla metà del Quattrocento, nel Palazzo dei Gonzaga a Mantova. Parte dell'opera è ormai perduta, ma quel che resta consente di affermare che su tre pareti correva una fascia ispirata ai romanzi cavallereschi bretoni, custoditi in gran numero nella biblioteca del marchese Gianfrancesco Gonzaga, il committente. Due sono i momenti essenziali del racconto: il grande torneo, in cui caoticamente si scontrano opposte schiere, e il cammino intrapreso dai valorosi nella speranza di trovare infine il Graal, nascosto nella Terra Desolata. Questo secondo lato e' rimasto allo stato di disegno preparatorio, mentre spicca ancora, accanto alla battaglia affrescata, il baldacchino intatto da cui un gruppo di dame, di squisita eleganza, osserva graziosamente i contendenti. II tutto tra una miriade di piccoli episodi che restituiscono pienamente il fascino della cerca, mentre all'orizzonte sfilano degli edifici per metà fantastici e per metà reali: Mantova stessa, forse la rocca di Canossa, forse Gerusalemme. 



Non si deve dimentiicare che la stessa città, nella cripta della Chiesa di Sant'Andrea, uno dei massimi edifici religiosi del Rinascimento, capolavoro dì Leon Battista Alberti, la leggenda vuole che sarebbero custodite, in due vasi d'oro ora collocati in un altare neoclassico, alcune gocce rapprese del sangue di Gesù. Secondo la tradizione, le sacre reliquie furono portate a Mantova da Longino, il soldato poi convertito che, secondo i Vangeli, trapassò con una lancia il costato di Gesù sulla croce. Come è noto, la lancia di Longino è associata al Graal nel corteo di fanciulle che i racconti medievali fanno sfilare all'interno del castello del Re Pescatore.

Lo stesso ambiente cavalleresco di Mantova è evocato negli affreschi del Castello della Manta, in Piemonte. L'ala nobile del castello fu decorata, tra il 1418 e il 1430, con affreschi di ispirazione epica e cavalleresca, in stile tardo–gotico, da autori sconosciuti, forse dal nizzardo Giacomo Jacquerie. Nella Sala Baronale sono conservati due cicli di affreschi raffiguranti l'uno i Prodi e le Eroine, l'altro la Fontana della Giovinezza, affascinanti e misteriosi esempi di gotico internazionale. Il ciclo detto della Fontana della Giovinezza, affascinante celebrazione della giovinezza e dell'amor cortese, ha a che fare con la cultura francese. Si tratta di un singolare affresco, ispirato probabilmente da una miniatura riprodotta nella copia di un manoscritto del Roman de Fauvel, testo composto tra il secondo e il terzo decennio del XIV secolo in Francia, in cui il protagonista, per raggiungere l'eterna giovinezza, si immerge con la sua amata in una fontana miracolosa. 


II rapimento della regina nell'Altro Mondo 

Scolpito sull'archivolto della Porta della Pescheria, assistiamo all'epilogo di un tema diffuso, anche se non esclusivo, nella letteratura celtica insulare, cioè quello del rapimento della regina, della sua detenzione in un paese incantato e della sua liberazione finale da parte di un eroe predestinato. La versione più famosa di questo tema si trova nel terzo romanzo di Chrétien de Troyes, il Lancillotto o II Cavaliere della Carretta, scritto intorno al 1171. 

Alla corte di re Artù si presenta un cavaliere sconosciuto (che poi si rivelerà essere Meleagant, figlio di re Baudemagu di Gorre), il quale lancia una sfida che il sovrano, legato ai vincoli d'onore del suo stato, non può rifiutare: egli porterà via la regina, a meno che un cavaliere scelto da Artù non gliela disputi in duello. Se il cavaliere del re sarà vincitore, Meleagant s'impegna a liberare Ginevra e tutti i cavalieri di Artù che tiene prigionieri nel suo regno. Kay accetta la sfida, ma è sconfitto, allora lo straniero parte con la regina. Galvano si mette alla loro ricerca, durante la quale incontra Lancillotto del Lago, che si unisce a lui. Dopo molteplici avventure, i due raggiungono il Regno di Gorre (o di Voirre, cioè di vetro: verre in francese), nel quale "tutti gli stranieri, senza poter ritornare, sono forzati a rimanere nella schiavitù e nell'esilio" (il che è una descrizione dell'Aldilà, dal quale non è possibile il ritorno). Un corso d'acqua tumultuoso impedisce l'accesso al castello, ma Galvano riesce a passare, quasi annegando, attraverso il Ponte Subacqueo, mentre Lancillotto supera il Ponte della Spada, sottile e affilato come la lama di un'arma da taglio. 

Dopo alterne vicende, Galvano libera Ginevra e la riporta alla corte di Artù, mentre Lancillotto, trascorso un periodo di prigionia, uccide Meleagant e vendica l'ingiuria subita dal re. 

Il romanzo presenta spiccati caratteri arcaici: Artù non può rifiutare la sfida perché sembra legato ad un geis, uno dei numerosissimi divieti magici cui erano sottoposti i re celtici, che avevano lo scopo d'isolare la persona del sovrano, divenuta sacra con l'elezione, dai pericoli di contaminazione del mondo profano; il misterioso regno di Meleagant porta un nome che lo accosta al vetro e molti racconti irlandesi e gallesi descrivono isole, torri o fortezze di vetro, custoditi da sentinelle che non rispondono alle domande: il mutismo, nella tradizione celtica come in altre, è un segno distintivo dei non viventi. Inoltre il luogo di detenzione di Ginevra, nel romanzo come nella raffigurazione di Modena, è circondato dalle acque, che è una delle caratteristiche dell'Altro Mondo nella maggior parte delle leggende celtiche. Se poi si pensa al ruolo del ponte, che in moltissime culture è il simbolo del passaggio tra due differenti stati dell'essere, non è azzardato concludere che Ginevra è stata portata nell'Altro Mondo. 


Il Lancillotto non può evidentemente essere considerato una fonte dell'anonimo scultore di Modena, perché è stato scritto più di sessant'anni dopo la realizzazione dell'archivolto. All'origine di questo romanzo cortese molti studiosi hanno indicato la Vita Gildae, un testo agiografico scritto in latino, all'inizio del XII secolo, dal benedettino gallese Caradoc di Llancarvan, legato all'abbazia anglo-normanna di Glastonbury, ora ridotta ad affascinanti rovine. 

E' interessante notare come anticamente il sito si chiamasse Ynìs Witryn, "isola di vetro": si tratta infatti di una collina che sorgeva, proprio come un'isola, in mezzo ad una zona allora paludosa. Ancora ai tempi di Caradoc il nome dell'abbazia, centro religioso e ideologico del potere dei Plantageneti, era erroneamente fatto derivare da glas o glace (vetro), il che la mette in relazione con quanto è stato detto sul Regno di Gorre e l'Altro Mondo celtico. Se poi si considera che Guglielmo di Mamelsbury (morto intorno al 1142) collega il sito di fondazione del complesso religioso ad Avalon, il luogo in cui Artù fu portato da Morgana dopo la battaglia di Camlann, non è un caso che, intorno al 1190, si diffuse la voce, riportata da Gerardo di Cambria, che nei pressi dell'abbazia erano state ritrovate le tombe di Artù e Ginevra! 

Tornando alla Vita Gildae, un episodio dell'opera racconta come san Gildas lasci l'isola di cui è originario per andare a stabilirsi nell'abbazia di Glastonbury, immancabilmente chiamata Urbs Vitrea (la città di vetro). Questo luogo, che non rassomiglia per niente ad un monastero ordinario, è retto da un certo Maelwas, che vi tiene prigioniera Guennevar, la sposa d'Artù, dopo averla rapita con la forza. La città è cinta d'assedio da Artù, che reclama la restituzione della moglie, ma è circondata da vaste paludi e da un fiume impetuoso che la protegge; inoltre Maelwas può contare sull'aiuto degli abitanti della regione. La guerra si protrae a lungo senza esito, finché Gildas interviene come mediatore. L'esito scontato è che Guennevar è resa ad Artù, la pace è ristabilita e il monastero riceve importanti donazioni. 

A parte i nomi dei protagonisti e la presenza di un santo diplomatico, questo racconto presenta diverse analogie con quanto è descritto sulla Porta della Pescheria: ancora una volta la prigione di Ginevra (qui Guennevar) è circondata dalle acque e Artù non è qualificato come re, ma come tyrannus, parola che indica un capo militare. La Vita Gildae è sicuramente anteriore alla Historìa Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, nella quale Artù comincia a comparire come re, ed è contemporanea dell'archivolto di Modena: non si può escludere una comune derivazione del testo di Caradoc e del soggetto del bassorilievo da un racconto orale allora molto popolare in Europa. Per scoprire quale sia la storia che ha ispirato lo scultore della Porta della Pescheria è necessario tuttavia ritornare in Francia. 

L'archivolto svelato 

Uno degli episodi del Durmart Li Galois, opera anonima francese del XIII secolo, sembra aver conservato la versione più vicina all'originale racconto bretone. Ginevra è rapita da un cavaliere gigante chiamato Carados, che la conduce alla Torre Dolorosa. Qui la consegna ad un certo Mardoc, innamorato da tempo della donna. Questo strano castellano non può abbandonare la fortezza in cui vive, rivelando così di essere un personaggio dell'Altro Mondo. Artù, in compagnia di Kay, Yder e Galvano, si lancia all'inseguimento del rapitore e giunge alla Torre Dolorosa. La fortezza è difesa da un gigante di nome Burmalt, che è descritto come una specie di Ercole dai capelli irsuti, uno dei molti "uomini selvatici" che si possono trovare nella letteratura celtica insulare e anche nelle fiabe e nelle leggende popolari dell'Italia settentrionale. 

Artù e i suoi cavalieri non riescono a penetrare nel castello, ma interviene una donna, che era stata in precedenza rapita da Carados per Mardoc, la quale dona a Galvano una spada magica, la sola arma che può uccidere il gigante. Alla fine Galvano uccide Carados, così i compagni di Artù possono irrompere nella fortezza e saccheggiarla. Mardoc viene risparmiato perché acconsente a rendere Ginevra ad Artù. 

Sembra che tutto si collochi al posto giusto e che il mistero del bassorilievo sull'archivolto sia finalmente svelato. I nomi scolpiti sulla cornice corrispondono perfettamente a quelli dell'episodio del Durmart, il castello circondato dalle acque è la Torre Dolorosa; lo zotico che sulla sinistra esce dalla fortezza per opporsi ad Artù è il gigante Burmalt, anche se il combattimento principale avviene sulla destra, tra Carados e Galvano; l'uomo che sta sollevando il ponte levatoio è il signore del castello, Mardoc. Tutti tre i rapitori presentano caratteristiche che li indicano come abitanti dell'Altro Mondo: la statura gigantesca di Burmalt e Carados, l'impossibilità per Mardoc di uscire dal suo castello, il fatto che Carados non può essere ucciso che da un'arma magica. 

Se poi si considera che il nome di Ginevra deriva dal gallese Gwenhwyfar, che letteralmente significa "Anima bianca" (che qualifica la sposa d'Artù come essere soprannaturale, appartenente ella pure all'Altro Mondo), non sembrano più sussistere dubbi: la strana nostalgia che dopo la liberazione la donna manifesta per Mardoc e per il suo regno è il rimpianto per il mondo d'origine, simile a quello provato dalle fate di innumerevoli fiabe che il destino ha portato a sposare esseri umani.


Nota: le illustrazioni dell’archivolto della Porta della Pescheria sono tratte da C. Acidini Luchinat, C. Frugoni, M. Chiellini Nari (a cura di): La Porta della Pescheria nel Duomo di Modena, Franco Cosimo Panini Editore, Modena 1991.